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L’art. 4 del DL 1° aprile 2021 n. 44, conv. L. 28 maggio 2021 n. 76, ha introdotto l’obbligo di vaccinazione gratuita anti COVID-19 per gli esercenti le professioni sanitarie e gli operatori di interesse sanitario che svolgono la loro attività nelle strutture sanitarie, sociosanitarie e socio-assistenziali, pubbliche e private, nelle farmacie, nelle parafarmacie e negli studi professionali. La vaccinazione non è obbligatoria, e può essere omessa o differita, “solo in caso di accertato pericolo per la salute, in relazione a specifiche condizioni cliniche documentate, attestate dal medico di medicina generale”. L’obbligo rimarrà in vigore fino al completamento del piano vaccinale nazionale, ma comunque non oltre la fine dell’anno 2021. La legge prevede che i medici, infermieri, operatori sanitari e assistenti socio-sanitari che rifiutano la somministrazione del vaccino contro il COVID-19 possano essere addetti allo svolgimento di altre mansioni non a contatto con i pazienti; ove ciò non sia possibile, possono essere posti in ferie forzose. Solo in ultima istanza, il datore di lavoro può disporre la sospensione del lavoratore, senza essere tenuto al pagamento della retribuzione (si evidenzia che non è prevista la possibilità di licenziamento). È stato, quindi, introdotto uno specifico, per quanto temporaneo, dovere di collaborazione in materia di sicurezza sul lavoro in capo a una categoria di lavoratori, essendo prevista una misura precauzionale costituita dalla necessaria somministrazione del vaccino, in linea con quanto previsto dall’art. 32 Cost. (“Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”). La violazione di tale dovere non integra una condotta disciplinarmente rilevante tale da necessitare l’instaurazione di una procedura disciplinare ai sensi dell’art. 7 della L. 300/1970, vertendosi, piuttosto, in una ipotesi di temporanea inidoneità allo svolgimento delle mansioni. In sostanza, ove il personale sanitario si rifiuti di sottoporsi al vaccino anti COVID-19 si realizza una situazione di irricevibilità della prestazione lavorativa, senza necessità di alcun accertamento. Con la sentenza del 24 maggio 2021, il Tribunale di Verona ha riconosciuto la legittimità del provvedimento con cui il datore di lavoro aveva disposto la collocazione in ferie forzate nei confronti di un operatore di una RSA, richiamando a sostegno la disciplina introdotta dall’art. 4 della legge citata; secondo il giudice “l’imposizione di un obbligo in tal senso nello specifico settore sanitario, alla luce del contemperamento fra l’interesse individuale alla libera scelta vaccinale e l’interesse collettivo alla salute pubblica, non è irragionevole”. Già in precedenza la giurisprudenza era intervenuta in materia, ritenendo che il personale sanitario abbia l’obbligo di sottoporsi al trattamento sanitario vaccinale, al fine di poter rendere la prestazione lavorativa. Con ordinanza del 19 marzo 2021, il Tribunale di Belluno ha dichiarato la legittimità della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione nei confronti di alcuni operatori socio sanitari addetti presso strutture sanitarie (RSA) che si erano rifiutati di sottoporsi al vaccino, in quanto “la permanenza nel luogo di lavoro comporterebbe per il datore di lavoro la violazione dell’obbligo di cui all’art. 2087 c.c. il quale impone al datore di lavoro di adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica dei suoi dipendenti”. Con ordinanza collegiale del 6 maggio 2021, il Tribunale di Belluno ha rigettato il reclamo proposto dai lavoratori avverso l’ordinanza cui si è fatto riferimento, per la sopravvenienza della norma specifica contenuta nell’art. 4 del DL 44/2021, che, come detto, ha introdotto l’obbligo vaccinale per gli operatori sanitari (“deve conseguentemente ritenersi giustificata, sulla base del predetto obbligo, l’adozione, da parte del datore di lavoro, di provvedimenti volti a inibire la presenza sul luogo di lavoro, nei particolari ambiti previsti dal decreto, di lavoratori che abbiano rifiutato la vaccinazione anti COVID-19”). Con ordinanza del 19 maggio 2021, poi confermata in sede di reclamo con ordinanza n. 2467/2021, il Tribunale di Modena ha dichiarato la legittimità della sospensione dal lavoro e dalla retribuzione disposta nei confronti di due fisioterapisti, addetti presso una residenza per anziani, che si erano rifiutati di vaccinarsi, in quanto in base all’art. 20 del DLgs. 81/2008 “il prestatore di lavoro, nello svolgimento della prestazione lavorativa, è tenuto (non solo a mettere a disposizione le proprie energie lavorative ma anche) a osservare precisi doveri di cura e sicurezza per la tutela dell’integrità psico-fisica propria e di tutti i soggetti terzi con cui entra in contatto”. In senso contrario, il Tribunale di Napoli, con decreto di rigetto del 25 luglio 2021, ha stabilito che il datore di lavoro, anche prima dell’entrata in vigore dell’art. 4 citato, poteva sospendere il lavoratore che si rifiutava di vaccinarsi, purché avesse preventivamente richiesto al medico competente il giudizio di idoneità alla mansione specifica, nel rispetto delle procedure dell’art. 42 del DLgs. 81/2008.

2 agosto 2021 / Giosafat RIGANÒ

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