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Gas, luce, trasporti e sanità: conto da 1.300 euro a famiglia. E il Natale sarà più magro

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Milano – Prezzi che schizzano verso l’alto, bollette energetiche a livelli record, speculazioni e rincari legati anche alla carenza di materie prime. Fattori che, messi insieme, si traducono in soldi che spariscono dai bilanci di famiglie sempre più povere. Secondo una stima dell’Adiconsum Lombardia, una famiglia composta da tre persone rischia di registrare complessivamente un aggravio di spesa di 1.300 euro annui. “L’escalation dei prezzi al dettaglio e dei carburanti, il forte rialzo delle bollette energetiche scattato ad ottobre, l’emergenza materie prime, avranno pesanti ricadute sui consumi dei lombardi, che reagiranno alla perdita di potere d’acquisto tagliando proprio la spesa”, spiega Carlo Piarulli, presidente lombardo dell’associazione di consumatori legata alla Cisl. “Il rischio, già segnalato da più parti – prosegue – è quello della riduzione dei consumi di Natale”. Con i consumi registrati nei primi 10 mesi dell’anno, per la bolletta elettrica gli aumenti previsti generano un aggravio di 410 euro a famiglia. 

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Nello stesso periodo, gli aumenti tariffari sul consumo di gas a famiglia determinerà un incremento del costo per almeno 370 euro. Anche il prezzo dei carburanti lievita a dismisura con rincari previsti di circa 305 euro. A queste stime si deve aggiungere l’incremento di generi alimentari, costi sull’abitazione, servizi e spese sanitarie, che con l’impennata dell’inflazione al 3% porta ad almeno 200 euro gli aumenti a carico di una famiglia media di tre persone. “Energia elettrica, gas, carburante, spese sanitarie e generi alimentari sono indispensabili per la vita delle famiglie – conclude Piarulli -. Incrementi di prezzo in queste percentuali rischiano di deprimere ulteriormente la gestione, già stressata dalla pandemia, dell’economia lombarda ed allargare ulteriormente il fenomeno della povertà, già ampiamente diffusa nella nostra regione”.

All’effetto negativo dei rincari si aggiunge il problema di stipendi che non crescono. Le province soffrono, e Milano conferma un primato fatto di luci e ombre. È la città italiana con i migliori stipendi, ma anche la capitale delle disuguaglianze e del carovita. Secondo una ricerca di JobPricing, un milanese vanta una retribuzione globale media lorda di 35.947 euro, rispetto ai 30.054 euro della media nazionale e ai 32.539 euro della media lombarda. Le retribuzioni sono decisamente più basse a Monza-Brianza, al secondo posto in classifica con 31.625 euro, e ancora di più a Pavia e Mantova, dove gli stipendi medi sono rispettivamente di 29.179 euro e di 28.995 euro. Soprattutto dalla crisi del 2008 le buste paga hanno continuato a dimagrire, e la pandemia ha dato una nuova stangata. La Fondazione Di Vittorio certifica che nell’Eurozona nel 2020, a causa delle ripercussioni del Covid su economia e occupazione, la massa salariale è calata del 2,4% mentre in Italia del 7,2%. Dal 1990, secondo un’analisi Open Polis, il salario medio in Italia è diminuito del 2,9%. E dal 2010 si è registrata la perdita di 1.059 euro nei salari medi annuali, circa il 3,5%. Un crollo dopo anni di relativa stabilità. Con un confronto “a prezzi costanti“, cioè aumentando virtualmente le retribuzioni del passato per adeguarle all’attuale costo della vita, possiamo comprare mille euro di beni e servizi in meno. Tutto questo si traduce in famiglie sempre più povere, salti mortali per arrivare a fine mese e una forbice che si allarga sempre di più.

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“https://www.ilgiorno.it/economia/rincari-natale-1.7065632”
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